The Hateful Eight – O un racconto nichilista sull’essere umano

In un mix tra Le Iene e Django Unchained, Tarantino torna in pompa magna al cinema, con una delle sue pellicole più devote alla settima arte, infarcendola di attualità e di una grandiosa riflessione nichilista sull’essere umano. 

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Se Django Unchained ha rappresentato un abile esempio di come si confeziona la sceneggiatura perfetta – ripercorrendo con precisione millimetrica le cosiddette 12 stazioni e i 7 archetipi che l’autore Christopher Vogler snocciola nel suo Il viaggio dell’eroe – The Hateful Eight si rivela, al contrario, una brillante lezione di cinema – intesa come arte visiva – nel suo senso più stretto. Assopendo lo spettatore con una necessaria e contemplativa lentezza nella prima parte, Tarantino torna a fare Tarantino con un’escalation di emozioni, cogliendo di sorpresa e completamente impreparato il suo pubblico, e al contempo offrendo forse una delle panoramiche sull’arte del fare film più interessanti degli ultimi anni. Perché Tarantino ama alla follia ogni sua singola inquadratura, la sua devozione per l’immagine costruita fin nei più piccoli particolari trasuda in ogni primo piano o campo lungo, attingendo a piene mani da chi – prima di lui – ha contribuito a rendere quest’arte una delle più grandi protagoniste della scena culturale del secolo scorso. Ripercorrendo stili e tecniche visive che hanno costruito la sua storia, The Hateful Eight è un omaggio grandioso al cinema dei grandi, dove ogni immagine sembra citare tecniche di ripresa prese in prestito da generi che vanno dal noir, al grande cinema americano anni ’70, passando per il cinema horror d’annata, il deep focus di Orson Welles, tanto amato in Citizen Kane, e, ovviamente, il western, o meglio lo spaghetti western di Sergio Leone, che è da sempre caro e amato dal buon vecchio Quentin.

Brody-The-Hateful-Eight-1200La ricercata e voluta non-linearità, che sfocia molto spesso nell’anti-narrazione a cui Tarantino ci ha abituato sin dai suoi primi film, qui – più di tutti gli altri film – ha uno scopo mirato e ben preciso, ossia spingere lo spettatore ad analizzare ogni singola immagine, contemplarla, ammirarla e poi amarla. Anche la scelta dello script – una narrazione dal retrogusto giallo, dove l’autore di Pulp Fiction intrappola i suoi protagonisti in una locanda nel bel mezzo di una tormenta di neve nel glaciale Wyoming – è assolutamente assoggettata all’immagine, dove lo spettatore – oltre a ricevere veri e propri cazzotti visivi, in particolare dalla seconda parte del film in poi – è vittima in primo luogo della brutale violenza a cui gli stessi protagonisti vengono sottoposti o ne sono loro stessi gli artefici. La brutalità dell’immagine va di pari passo con dialoghi volutamente sboccati, violenti, con l’impossibilità – per tutto il film – di creare un legame empatico con gli otto personaggi che caratterizzano questo insolito e improbabile cast di nuovi e vecchi amori di Tarantino. Perché un altro aspetto interessante di The Hateful Eight risiede proprio nel modo in cui il regista decide di ritrarre l’essere umano, offrendone una visione incredibilmente nichilista, vuota, spietata, dove a nessuno è concessa alcuna ancora di salvezza. Se molti hanno definito l’ottavo film di Tarantino una pellicola di fatto molto politica, in realtà, ciò che maggiormente spicca di The Hateful Eight è una visione oscura dell’essere umano, dove nessuno è vittima, ma tutti carnefici…o meglio, se diventa vittima, è giustificato a diventare carnefice, una deriva a cui le pagine e pagine di cronaca oramai ci hanno abituato da anni.

bloody-jennifer-jason-leigh-the-hateful-eightIn questo contesto, la scelta di Tarantino di lavorare sull’immagine più che sul suo substrato narrativo si fa ancora più incisivo: forse perché le immagini, più delle parole, hanno la capacità di veicolare messaggi in modo più immediato, stordendo e annientando chi le guarda, per indurli ad una riflessione inconscia e necessaria. Perché se è vero che Tarantino gioca con la macchina da presa, si compiace del suo lavoro e come un qualsiasi affamato di cinema si diletta a sperimentare e ad omaggiare, The Hateful Eight va ben oltre la retorica della violenzaXviolenza, ma anzi lascia lo spettatore – forse quello più attento e che conosce a fondo il cinema tarantiniano – con una sensazione di assoluto smarrimento, dove il ritratto umano che ne deriva è vuoto, malvagio, senza via di scampo. Ed è per questo che Tarantino ci offre quell’epilogo tragico, a cui si affianca l’immagine di un Cristo sepolto dalla neve, che apre e chiude il film. Forse l’unica vittima, storicamente parlando, tra tutti gli otto personaggi perduti che ci accompagnano in questo preambolo, prima della loro discesa verso l’Inferno.

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