Il Risveglio della (mia) Forza, o di confessioni raccontate dopo anni

 

Luke Skywalker (Mark Hamill) in L’Impero colpisce ancora.

Ho convissuto per anni con un segreto, un segreto inconfessabile. Di quelli che se provi a combinare insieme quelle parole, con un non all’inizio frase, rischi di giocarti amicizie, credibilità, carriera e vita sociale. Quando ho provato a dirlo a quei pochi eletti, che forse avrebbero potuto capire, ho ricevuto in cambio occhiate gelide, commenti poco lusinghieri e risatine piene zeppe di imbarazzo. Ed è così che ho nascosto per anni quell’onta (che per molti di voi che stanno leggendo avrebbe dovuta essere lavata con il sangue), deviando discorsi, lasciando cadere dibattiti, per il semplice fatto che volevo nascondere una cruda verità: non avevo mai visto Star Wars. Ma mai, mai, mai. Manco la sequenza di “Luke, sono tuo padre!” all’epoca di Youtube. Certo, conoscevo la storia (quella la conoscono anche i sassi, cazzo), ma non avevo mai colmato questa lacuna cinematografica imperdonabile negli anni. I motivi? Principalmente pigrizia, un leggero disinteresse per alcuni aspetti della fantascienza, la mia avversione per i film a episodi e il fatto che oramai avevo perso il gusto della scoperta sulle vicende raccontate, visto che tutti mi avevano raccontato tutto e dato il loro stramaledetto parere (nessuno ve lo aveva chiesto).

A questa drammatica confessione, come potrete intuire da soli, ho assistito alle reazioni più disparate: risatine isteriche, pacche sulle spalle come se fossi una menomata mentale, sfottò e improperi della peggior specie. Ed è così che con un po’ d ritardo rispetto all’intera umanità – sopraffatta dalla stanchezza nei confronti di queste (in)giuste esclusioni sociali, dalla necessità di vincere questo mio Tallone d’Achille e mossa anche dalla curiosità nel capire perché piacesse così tanto (il massimo è arrivato con la lettura di un saggio interessantissimo di Henry Jenkins nel suo libro Cultura convergente)  – ho deciso di prendere in prestito la collezione completa del mio fidanzato e spararmi in sequenza (rigorosamente cronologica, in ordine di uscita nelle sale) tutti i sei film di Star Wars. E l’ho voluto fare in totale solitudine, sia chiaro, per evitare commenti del tipo “Ah, adesso qui succede questo, preparati…” o facce ed espressioni che potessero suggerirmi quanto sarebbe potuto accadere dopo. Solo io e lo schermo della TV. Solo io, Luke, Obi-Wan, Yoda, Darth Vader, e compagnia bella. No, cazzo. Mi avete già tolto il gusto della sorpresa svelandomi tutti i dettagli, lasciatemi godere la visione dei film senza rotture di palle.  Sì, sì, avete ragione: la colpa è solo mia che sono arrivata con estremo ritardo, ma alla fine ce l’ho fatta. Ho vinto. Game, set, match. E vi dirò di più: forse rispetto ai tantissimi esseri umani normali che hanno visto per la prima volta i film in tenera età e che hanno intessuto con essi un legame più affettivo che “critico”, ho avuto la possibilità di guardare le due trilogie con occhio più distaccato e meno condizionato (passatemi il termine)…ma questo non vuol dire che non abbiano fatto breccia nel mio cuore di pietra. Tutt’altro. Metto da parte una scontata discussione sul fatto che la trilogia più recente mi abbia annoiato da morire, mi abbia letteralmente distrutto un personaggio come Anakin Skywalker – che avrebbe potuto essere approfondito e caratterizzato in modo nettamente migliore – senza contare le falle narrative, la romance senza capo né coda tra Anakin e Padmé – ma seriamente? – …e la delusione nell’apprendere che non potrò mai essere un Jedi perché la Forza dipende da una quantità di esserini microscopici nelle proprie cellule – la roba più triste dopo la scoperta che Babbo Natale non esiste. No, sono cose risapute e non aggiungerò il mio parere da mezza cartuccia ad un già consumato dibattito, su cui si sono già scritte, dette, fatte le ipotesi/critiche/analisi più disparate.

Dico solo che L’Impero colpisce ancora è entrato di diritto nella mia cinquina dei film preferiti e, senza vergogna, ammetto di averlo visto da allora, e sempre in solitudine, almeno una mezza dozzina di volte (no, non sto scherzando). I motivi sono tanti e una buona parte sono legati a questioni personali. La parte che ho più amato in assoluto, quella che mi è rimasta dentro, è stata la sequenza sul pianeta di Dagobah in cui Luke viene addestrato da Yoda, in particolare la sequenza della Dark Side Cave. Forse perché è arrivata in un momento della mia vita in cui ero persa e confusa come Luke, perché avrei avuto bisogno di un mentore come Yoda che mi dicesse “Fare o non fare, non c’è provare”…non so assolutamente spiegarvi il motivo razionale che mi lega così tanto a quel film. Ma forse, detta in tutta onestà, manco ve ne frega.

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Rey (Daisy Ridley) in Il Risveglio della Forza

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Kylo Ren (Adam Driver) in Il Risveglio della Forza

Pagato il mio debito con la società e con il mondo del cinema, mi sono sentita risollevata da un peso enorme. In parte perché mi sono resa conto di aver atteso troppo prima di concedermi il privilegio di amare quel mondo, le sue storie e i suoi personaggi; in parte perché non potevo concepire il fatto che una che dice di amare il cinema, avesse messo nel dimenticatoio una serie cinematografica così importante. No, non era proprio concepibile. Il problema che da lì in poi si è scatenato il mostro che si nasconde nell’angolino a destra del mio stomaco: cerca dettagli, scova teorie, documentati, leggi tutto il leggibile sull’argomento. Il dado era tratto, il vaso di Pandora era stato scoperchiato. Ed è così che appena ha iniziato a circolare nell’aria la possibilità di un episodio VII, le cose hanno preso una piega leggermente ossessiva. Dopo mesi e mesi e mesi di attesa, il famoso Risveglio della Forza è arrivato in sala e in questi ultimi giorni, ve ne sarete di certo accorti, non si parla d’altro. Probabilmente (no, diciamo pure che è una certezza), molti di voi ne hanno già abbondantemente le palle piene di bacheche di Facebook intasate da GIF, meme, minacce di morte su eventuali spoiler, giudizi a caldo, giudizi a freddo, polemiche, entusiasmi, cagacazzi di dimensioni epiche, amicizie finite per divergenze di opinioni. Il pubblico è diviso: c’è chi vorrebbe la testa di JJ Abrams in questo istante, c’è chi si è sentito offeso, c’è chi è tiepido, c’è chi è entusiasta, c’è chi è contento con riserva. Io sarò semplicemente sincera: a me è piaciuto e sono uscita dalla sala soddisfatta. E la medesima soddisfazione mi ha accompagnato anche all’uscita dalla seconda visione, a cui seguirà una terza a breve (lo avevo detto che questa serie ha generato un mostro). A dispetto di chi dice che questo nuovo film è pieno zeppo di errori, di imprecisioni, di elementi copiati dalla trilogia originale (ogni parere è assolutamente ben accetto), vorrei ricordare a tutti loro con quale spada di Damocle il povero Abrams ha dovuto lavorare, teso tra l’accontentare gli esigenti fan della serie e restituire nuova linfa vitale ad una serie massacrata da una seconda trilogia meno convincente (per usare un eufemismo). Ma non è mia intenzione, in questo post, fare l’avvocato del diavolo. Le conclusioni, i commenti e le disamine del film le lascio a chi, più di me, può parlare con cognizione di causa perché questa serie l’ha respirata per anni e anni. Preferisco parlare della pellicola come qualcosa a sé, separato da quanto è venuto prima, per ciò che in fin dei conti mi ha lasciato dentro: e ciò con cui mi sono confrontata è un film ben scritto, caratterizzato da personaggi che sono stati volutamente accennati per lasciare in chi li guarda tante domande che, a poco a poco e con i prossimi film, troveranno le loro risposte. Abrams ha gettato delle basi per ciò che verrà dopo, nello stesso identico modo in cui Lucas gettò le basi in Una nuova speranza. È un film che, a mio avviso, va visto più di una volta: la prima, sostanzialmente, è una visione di cuore, dove si sceglie di farsi o non farsi trascinare in questo nuovo universo, da questi nuovi personaggi, cogliere le loro sfumature; tutto dipende da voi. La seconda, invece, è la visione di testa dove, messi da parte i legami sentimentali con la storia e i vari Rey e Kylo Ren, si comincia ad osservare come un’aquila ogni singolo dettaglio, si ascoltano meglio i dialoghi, si presta attenzione ad ogni movimento che appare secondario. Perché Abrams (vecchia volpe!), come ha già fatto nelle sue serie più famose come Lost o Fringe, ha disseminato la pellicola di piccoli e impercettibili dettagli, che per essere colti hanno bisogno di materia cerebrale fresca, senza che il cuore interferisca con la visione. Come un enigma della sfinge, il regista lascia che sia lo spettatore a tirare le fila di tutto, di avanzare proprie teorie, fare le proprie supposizioni. Un cinema di testa, dove il cuore agirà a conclusione del terzo film, nel momento in cui si arriverà all’epilogo di tutto. La scelta di offrire personaggi al limite della superficialità, di cui si colgono appena piccole sfumature – e che forse un po’ infastidiscono lo stesso spettatore, come l’improvvisa presa di coscienza di Rey, l’irascibilità di Kylo Ren, l’inutilità di Finn, ecc. – sono pratiche narrative ben note e ben praticate da secoli, soprattutto se si tratta di prodotti episodici. E la mia curiosità di scoprire presto la loro evoluzione è alle stelle, soprattutto nei confronti del tanto criticato Kylo Ren. Un personaggio perso, in bilico, in cerca di un’identità, che riflette lo stesso senso di smarrimento con cui molti trentenni sono costretti a vivere. Lungi dal dire che il personaggio di Adam Driver voglia farsi megafono di una generazione, che sia figlio di un’allegoria della contemporaneità…ma sono convinta che dietro quel personaggio, volutamente vuoto, si nasconda un tormento e un’evoluzione che regalerà grandi sorprese. Molto più di Anakin e Darth Vader.

Insomma, tutto questo per dirvi che sì, dopo anni di imperdonabile ritrosia, la mia Forza si è (ri)svegliata e anche in modo fin troppo dirompente. Adesso sta a me capire se seguire il Lato Oscuro o il Lato Chiaro. Sono ancora in fase di addestramento, vedremo cosa succederà.

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