Blue Jasmine, o il racconto di un’eterna illusione

Nella foto, la locandina di Blue Jasmine (W. Allen, 2013).

Nella foto, la locandina di Blue Jasmine (W. Allen, 2013).

Sono trascorse quasi tre settimane da quando mi sono fatta travolgere da un film tetro spietato come Blue Jasmine. Sapete, è una di quelle pellicole che vale la pena godersi in solitaria, sprofondando in una poltrona consunta in un tranquillo sabato pomeriggio, mentre il mondo esterno esplode nella frenesia dei regali di Natale. E così ho staccato il biglietto del mio cinema preferito, sistemandomi di fianco ad una signorotta di provincia, in attesa di farmi lavorare il cervello da Woody Allen. E che lavoro. Lo ammetto: sono una che facilmente si lascia trascinare dagli eventi quando si tratta di cinema. Mi piace crogiolarmi nelle vite raccontate sullo schermo dagli attori, immaginarmi parte di quella realtà. Cosa avrei fatto, io? Cosa avrei detto, io? Un aspetto che entra in conflitto con il mio spirito – se così si può definire – di critica cinematografica. Io non mi limito ad osservare la tecnica, a concentrarmi sulla grammatica filmica e sul bagaglio culturale che ogni regista, chi più o chi meno, si porta dietro come un macigno. Proprio perchè amo il cinema come forma d’arte e di espressione, amo viverlo. In tutte le sue forme.

Nella foto, C. Blanchett e A. Baldwin in Blue Jasmine.

Nella foto, C. Blanchett e A. Baldwin in Blue Jasmine.

Ma torniamo a Blue Jasmine. Sin dai primi fotogrammi, quando incrocio lo sguardo della sublime Cate Blanchett che lasciva e sognante sprofonda nella sua poltrona su un aereo in prima classe, capisco che il nuovo film di Allen sarà peggio di una seduta da uno psichiatra. Jasmine – o meglio, Jeannette – è una stronza. Ma di quelle forti. Quelle che camminano a testa alta stringendo la loro Louis Vuitton come se dovessero sfilare su una passerella tutte le volte che fanno due passi, mentre ti guardano dall’alto in basso e facendoti sentire l’essere più inutile dell’universo. Jasmine è reduce da un evento che ha stravolto la sua vita: Hal, il suo adorato e ricchissimo marito, si rivela un truffatore, che usava i risparmi della gente comune per riempirsi la pancia e pagarsi puttane di lusso nei migliori hotel del mondo. L’uomo finisce in prigione, lì si impicca e il resto è storia. Da principessa dei salotti di Park Avenue, Jasmine si ritrova a traslocare nella periferia di San Francisco, a casa di sua sorella Ginger, ben lontana dai suoi modi altezzosi e dalle sue (fin troppo) buone maniere. Imbottita di anti-depressivi e dipendente da super-alcolici, Jasmine tenta di ridare un senso alla sua vita, scappando da una realtà che l’ha tradita, ma da cui però non riesce a separarsi. Fino all’ultimo fotogramma.

Nella foto, C. Blanchett e S. Hawkins in Blue Jasmine.

Nella foto, C. Blanchett e S. Hawkins in Blue Jasmine.

Un inno alle illusioni, alla necessità di vivere in un sovra-mondo che prende le distanze dalla patetica realtà giornaliera: potrebbe essere una (delle) sintesi per Blue Jasmine. Il mondo che Jasmine narra nei suoi racconti, fatto di bei vestiti, case di lusso, vacanze intorno al mondo, rappresenta solo un palliativo: un rimedio momentaneo al suo senso di vuoto, alla sua incapacità di prendere contatto con la realtà che la circonda. Il mondo pettinato dei salotti-bene di New York sono il rifugio ideale per Jasmine, donna per cui i problemi del mondo non esistono, perché la realtà ovattata in cui vive non le permette di sporcarsi mani e piedi, ma di vivere ad un metro da terra rispetto a tutti gli altri. Una donna che decide di vivere una vita parallela, anzi ne riscrive una assolutamente perfetta, rinunciando al primo degli elementi identitari per ciascun essere umano: il nome. Jasmine – ex Jeannette – si è ritagliata una parte nel mondo: moglie devota e fedele, matrigna amorevole, amabile conversatrice a sorsi di champagne, Jasmine interpreta un ruolo diverso a seconda dell’occasione. Un ruolo che mai si addice alla persona vera che è: una spaccapalle depressa ed emotivamente fragile.

Nella foto, C. Blanchett in Blue Jasmine.

Nella foto, C. Blanchett in Blue Jasmine.

In una versione modernissima di Un tram chiamato desiderio (in cui il rimando alla Blanche DuBois di Tennesse Williams/Elia Kazan è quanto mai palese), Allen – eterno e disilluso sognatore – dà vita ad uno dei suoi personaggi femminili più tragici, e probabilmente tra i più intensi del suo ultimissimo cinema. E la tragicità del personaggio emerge anche dal modo con cui il regista – spietato in ogni più piccola inquadratura – la tratteggia e la intrappola. Sublime è la sequenza finale, in cui Jasmine – libera dalla sua maschera perbenista – vaga confusa per la città, come destata da un lungo e bellissimo sogno. E in questa sequenza è interessante l’uso del colore con cui Allen racconta questa discesa verso l’oblio: abbandonati i colori caldi e oro con cui il regista dipinge Jasmine per la maggior parte del film – quasi ad esaltarne il suo status di donna perfetta, o meglio, alla costante ricerca della perfezione – Allen preferisce virare ad un ben più algido blu (scelta cromatica non casuale, visto che in inglese blue significa anche triste, da cui ovviamente il titolo), stigmatizzandone il definitivo risveglio ad una ruvida realtà che ha preso il sopravvento.  Lasciamo Jasmine a vaneggiare su una panchina, disperatamente ancorata a quel mondo di illusioni – di cui non le rimane altro che una giacca Chanel sgualcita – di ricordi. E lei stessa, fino alla fine, tenta di farci cadere nella sua trappola: tentare di illuderci che il suo mondo perfetto non sia crollato, come aggrappata convulsamente a qualcosa che non c’è più, che si è sgretolato tra le sue mani. Ed è qui che si consuma il dramma. Soprattutto quello interiore.

Una pellicola che riflette sulla deleteria ricerca spasmodica della perfezione, dell’accettazione sociale, portando una donna  a costruirsi un mondo alternativo, in cui sguazzare all’occorrenza per scappare dall’atroce realtà. Non sappiamo fino a che punto Allen parteggi per la sua protagonista. Anzi: l’impressione è quella che voglia godersi in modo sadico la sua parabola discendente, che se ne burli fino all’ultimo fotogramma. La bellezza di Blue Jasmine è racchiusa proprio nella sua brutalità, nel modo in cui il regista di Io&Annie dilania la sua protagonista, infliggendole forse la pena più terribile per ogni essere umano: la più totale solitudine.

Devastante e spietato, Blue Jasmine è stata forse una delle sorprese più grandi della scorsa stagione cinematografica, lasciandomi completamente svuotata quando sono partiti i titoli di coda. E con tanta compassione per Jeannette che, come me, vive del passato, dei ricordi, di illusioni. E per questo destinata, per tutta la vita, all’infelicità.

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