“Miele”: Un racconto sull’innata dicotomia della morte

Nella foto, la locandina di "Miele" di Valeria Golino.

Nella foto, la locandina di “Miele” (2013) di Valeria Golino.

Lo scorso week-end ho avuto il privilegio di partecipare alla serata inaugurale del Bobbio Film Festival, ventennale festival cinematografico diretto da Marco Bellocchio, in cui si ripropongono le pellicole uscite nel corso dell’ultima stagione cinematografica e in cui il pubblico, a seguito della proiezione, ha la possibilità di dibattere con il regista e/o gli attori/sceneggiatori del film. Tralasciando l’incantevole cornice in cui prende vita il festival – il piccolo chiostro dell’Abbazia di San Colombano, patrono della città di Bobbio – la kermesse piacentina è soprattutto un’occasione per gustarsi (o rigustarsi) del cinema di ottima fattura. Ospite della prima serata è stata l’attrice-regista Valeria Golino che, in compagnia delle due sceneggiatrici, ha presentato al pubblico bobbiese la sua pellicola d’esordio, Miele, presente anche all’ultimo Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard. Il film – liberamente ispirato al romanzo A nome tuo di Mauro Covacich – racconta la storia di Irene, una trentenne di Roma che aiuta i malati terminali nel suicidio assistito. Fino a quando non avviene l’incontro con l’ingegner Grimaldi, che malato di depressione, le chiede aiuto.

Ho messo da parte una buona dose di scetticismo mentre mi addentravo nelle sequenze di Miele. Sì, perchè è inutile girarci intorno: avevo più di una riserva nei confronti di Valeria Golino nei panni di regista, probabilmente dovuto al mio scarso interesse nei confronti della sua carriera di attrice. Mai apprezzata più di tanto, anzi, delle volte l’ho ritenuta per giunta sopravvalutata. Eppure questo Miele arriva come un calcio sui denti: ti ammalia, ti rapisce e ti conduce in una spirale di domande interminabili. Probabilmente molto è dipeso dal mio rapporto conflittuale con la morte (divisa tra la non accettazione e la rassegnazione), proprio come la protagonista, Irene (in arte Miele), un’androgina trentenne con il volto di Jasmine Trinca che, come un angelo della morte, viaggia silenziosamente da un Continente all’altro, trascinando con sè una metaforica falce in attesa di tendere la mano al prossimo malato terminale alla ricerca della sua dolce morte.

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Nella foto, Jasmine Trinca in “Miele” (2013) di V. Golino.

Eppure, ridurre Miele ad un film che racconta e parla di eutanasia sarebbe ingiusto. Il percorso narrativo costruito dalla Golino (e dalle sue co-sceneggiatrici, Francesca MarcianoValia Santella) non punta ad una riflessione asettica sul tema, ma preferisce parlare del rapporto dicotomico che l’essere umano ha con la morte, proprio attraverso il vissuto fantasmagorico di “Miele”. Sappiamo (molto) poco di lei: la respiriamo attraverso la musica che ascolta nei i suoi auricolari, l’accompagniamo nelle sue nuotate mattutine sulle rive laziali e nei suoi lunghi viaggi in Messico, a procacciarsi il Lamputal, un farmaco ad uso veterinario che altro non è che il barbiturico che utilizza per dare la morte ai suoi “pazienti”.  La seguiamo nei suoi amplessi fugaci con i suoi numerosi amanti, forse nella speranza di ripulirsi da quell’odore costante di morte che le impregna i vestiti. Eros e Thanatos, amore e morte. Intuiamo, attraverso i suoi ricordi sfocati e qualche fotografia, qualcosa riguardo la sua scelta nel diventare una sorta di “Dottor Morte”, ma non ci viene raccontato esplicitamente.

Così come la morte, che non ci viene mai realmente mostrata. La camera della Golino incalza sul volto apatico di Irene, all’apparenza così distaccata nel suo ruolo di Vecchia Signora (forse anche dovuto al suo abbigliamento-divisa, che indossa pedissequamente quando il dovere chiama). Ci regala degli incantevoli primi piani, tesi a mascherare il dolore che si cela dietro la porta che Miele, quando esce dalla stanza dopo essersi congedata dal malato, si lascia accuratamente alle spalle. Il “non mostrare la morte”, un aspetto mutuato dal teatro greco, che lascia ai volti e alle parole l’arduo compito di raccontarla.

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Nella foto, Jasmine Trinca in “Miele” (2013) di V. Golino.

Ma Irene, come suggerisce l’etimologia del suo nome (dal greco,  Ειρήνη) è soprattutto “Pace”. Pace interiore, pace eterna. Un aspetto che contrasta con il suo costante iper-cinetismo: Irene, per “portare la pace”, deve costantemente spostarsi da un città all’altra, da un Paese all’altro. La vediamo correre in bicicletta, camminare per le strade di Roma, saltare su un aereo o su un treno. Un ritmo, cadenzato dalla musica che ascolta a tutto volume dal suo iPod, e che entra in conflitto con la silenziosa ritualità con cui indossa la sua camicia azzurra, i suoi guanti di lattice e prepara il necessario affinché la sua “missione di pace” si compia. La stessa Irene, portatrice di pace in continuo movimento, rappresenta l’ennesima dicotomia: divisa tra il suo ruolo di mietitrice e quello di trentenne alla costante ricerca di certezze, vive il suo rapporto con la morte in un’ennesima contraddizione. Volta a separare dalle sofferenze terrene dei perfetti sconosciuti, al tempo stesso non accetta la possibilità di essere lei stessa portatrice di un male incurabile. Ed ecco che, destabilizzata da un’incondizionata ipocondria, nasconde al padre la preoccupazione per la sua salute, ne tace al suo confessore (l’ingegner Grimaldi), pur vivendo costantemente a contatto con malattie ad uno stadio terminale.

Nel suo essere opera prima, Miele si rivela senza dubbio un’interessante boccata d’ossigeno per il cinema italiano contemporaneo, di respiro decisamente più internazionale e meno “localizzato” rispetto altre pellicole nostrane. Seppur il finale risulti un po’ arrabattato (l’impressione è “Dovevo finire il film, ma non sapevo come e quando…”), Miele regala certamente un’importante pausa di riflessione su un tema, quello del nostro rapporto dicotomico con la morte, che ci attanaglia e accomuna senza mezzi termini. In un modo brillante e sofisticato. Valeria, ad maiora.

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