“Il Grande Gatsby”: il Dio miope raccontato da Baz Luhrmann. Ma non solo.

Faber est suae quisque fortunae

(da Epistulae ad Caesarem senem de re pubblica, Sallustio)

Nella foto, L. Di Caprio in "Il Grande Gatsby" di B. Luhrmann (2013)

Nella foto, L. Di Caprio in “Il Grande Gatsby” di B. Luhrmann (2013)

Ce l’ho fatta. Questo week-end sono finalmente riuscita a recuperare Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann. Ammetto che quando sono entrata in sala avevo le mani fredde e sudate, come poco prima di un esame all’Università. Il mio pensiero andava fisso a quel pallosissimo Australia, che mi aveva tramortito al cinema qualche anno fa. Vecchio, noioso, piatto. Dalla mia c’era la speranza che il vecchio Baz avesse già toccato il fondo nel suo cinema, e che dunque questo Gatsby potesse rappresentare solo una risalita.

A temperatura ambiente: questo Gatsby mi è piaciuto. Pur non avendo visto il suo precedente illustre del ’74 – quello con Robert Redford e Mia Farrow – ma avendo letto il romanzo fitzgeraldiano piuttosto recentemente, ho trovato la rilettura di Luhrmann molto interessante e anche piuttosto fedele.

Una sequenza da "Il Grande Gatsby"

Una sequenza da “Il Grande Gatsby”

Immancabili gli  aspetti chiave del suo cinema: i colori pop ed eccessivi con cui dipinge e affresca le sue inquadrature, lo sballo, un originale uso della musica, che già a partire da Romeo+Juliet aveva rappresentato un suo indiscusso marchio di fabbrica…insomma, per chi ama lo stile estremamente kitsch del regista australiano, il recupero dei suoi topoi più famosi – accantonati in (buona) parte in Australia – ha certamente ridato fiducia e speranza a chi pensava di non rivederli mai più.

Eppure c’è una crescita, una virata alla maturità. Seppur il mio accompagnatore filmico non abbia riscontrato particolari elementi innovativi a livello cinematografico puro (di cui condivido l’obiezione), penso che Il Grande Gatsby rappresenti tuttavia la tappa di un processo di crescita dell’autore di Moulin Rouge. Luhrmann sembra aver accantonato, almeno in parte, i suoi giochi di prestigio con la macchina da presa, non ci fa salire più sulla sua giostra pacchiana, avvilendoci con movimenti di macchina eccessivi. No, preferisce cristallizzare.

L’uso ripetuto del ralenti, soprattutto nelle scene d’amore tra Gatsby e Daisy, sembra suggerirci la necessità di cristallizzare  il momento, assaporare un passato perduto. Quasi come nella meravigliosa sequenza di Big Fish di Tim Burton, quando Edward vede Sandra per la prima volta e il tempo si ferma come per magia.

Nella foto, il Dio miope alle spalle di Gatsby e Daisy.

Nella foto, il Dio miope alle spalle di Gatsby e Daisy.

Ma non solo. Un elemento ricorrente – a dir il vero, eccessivamente ricorrente – è l’insistente metafora del Dio miope, rappresentata dal cartellone pubblicitario,  che risulta uno dei grandi liet-motiv di tutto il film e che caratterizzava anche il romanzo. Un Dio “disattento”, che non riesce a vedere i veri colpevoli, i veri peccatori che costellano questo racconto (dalla stessa Daisy, avida di danaro e sentimenti sicuri, incapace di abbandonare il marito che non ama, pur di non perdere il suo status sociale; il marito fedifrago Tom Buchanan, ecc.). In realtà, il personaggio di Gatsby è uno pseudo-peccatore: superbo homo faber fortunae suae ( seppur in modo non proprio ortodosso), Gatsby è un uomo tutto sommato puro, che ha la sola colpa di vivere costantemente nella speranza: prima nella speranza di un riscatto sociale (da umile figlio di contadini, cerca di guadagnarsi un posto nel palco d’onore della bella società newyorkese), e poi nella speranza che il suo amore, Daisy, torni da lui. Quando sente squillare in lontananza il telefono (elemento ricorrente, quello del telefono, che mi ha riportato alla mente, seppur con un valore completamente diverso, l’inizio di C’era una volta in America di Sergio Leone), il suo sorriso è ancora una volta ricolmo di speranza e, colpito a morte, si accascia in piscina convinto che dall’altra parte del ricevitore ci sia proprio lei, Daisy. Quando in realtà c’è l’unica persona che è stata in grado di amarlo e riconoscere la sua grandezza come uomo e non come immagine: il narratore silenzioso della storia, Nick Carraway.

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Nella foto, una sequenza di “Il Grande Gatsby”

Una speranza che uccide, che dilania i corpi dei non-peccatori (l’amante di Tom Buchanan, Myrtle, muore sventrata dall’auto gialla di Gatsby, speranzosa che alla guida ci fosse proprio Tom a portarla via dallo squallore del suo matrimonio; lo stesso Gatsby viene colpito al cuore a sangue freddo, mentre speranzoso usciva dalla piscina per rispondere a quella che, sperava, fosse la telefonata di Daisy, ecc). L’illusione di un riscatto, ancora una volta, che si conclude tuttavia in modo tragico, come nelle migliori tragedie del teatro greco.

E se è lecito un rimando alla tradizione tragica greca, la colpa di Gatsby è quella di aver peccato di ὕβρις (=una colpa dovuta a un’azione che vìola leggi divine immutabili, ed è la causa per cui, anche a distanza di molti anni, i personaggi o la loro discendenza sono portati a commettere crimini o subire azioni malvagie), di aver voluto andare oltre il perfetto disegno divino, imposto da un Dio, tuttavia miope. E scusate se è poco.

Certo, se volessimo concentraci solo sugli aspetti squisitamente visivi di questo Grande Gatsby, non la troveremo certamente una pellicola di grande novità. Eppure sono convinta che la forza di questo film – la cui unica colpa, forse, è quella di essere eccessivamente lungo – stia proprio nel rileggere temi universali, che non passano mai di moda, con uno sguardo più pessimista e meno giocoso  rispetto alle produzioni precedenti di Baz Luhrmann.

Come dire: se lo stile così eccessivo, che ha caratterizzato negli anni Novanta e primi Duemila la sua precedente filmografia, rischia alla lunga di risultare scontato e demodè, il concentrarsi su tematiche di stampo universale è l’unica speranza (!) per rimanere a galla in un cinema, quello di oggi, poco innovativo e poco creativo.

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